giovedì 15 agosto 2013

Ti avrei voluto portare

Ti avrei voluto portare erano le sei dei granchi addormentati
al mare dove volevo portare i tuoi occhi azzurri e assonnati
a sbriciare le onde tra i raggi appena nati.
Non al mare degli ombrelli belli e colorati, ma quello degli scogli a respirare
 tra pescatori stanchi ti avrei voluto portare
al mare dei trabocchi infranti.
Al mare che a te non piace quello pieno di sola luce.
Ti avrei voluto portare al mare, dove c’è dio
ma tu dormi la mattina, ti svegli tardi e non ti piace il mare mio.
Così sono andata sola a spiare un posto all’ombra dove avresti potuto sedere
 e, se volevi, fumare.
Sono tornata che ancora volevi dormire
poi al momento giusto ti sei svegliato,
sei andato al bar e ti ho sentito ridere di gusto.

Ti avrei voluto portare in biciletta dove ho scoperto un bosco,
c’è un’asina che raglia che si chiama libera e bella
e un contadino con una lambretta
gialla, fa un olio forte come il mare che ti avrei voluto portare.
Farti vedere il sole su delle piccole foglie morte
qual è il suo colore, mentre tu giocavi a carte.
Così sono andata sola a quel ruscello
a guardare il contadino che stava lì col suo asinello
e quando eri ubriaco con l’acido allo stomaco
hai pisciato nel lavello poi sei uscito a pesca
con la tua canna ed un cappello.

Ti avrei voluto portare nei miei libri
negli scaffali pieni nelle pellicole dei film,
quelli belli seri con i colori bianchi e neri.
Nelle mie tele tra i pennelli sporchi,
proprio lì avrei voluto portarti,
ma tu eri a pesca a litigare con un’esca.
Così sono andata sola a vivere nelle pagine
a tratteggiare i ricordi sulla tela mia
e contare gli occhi in un cinema di periferia.

E quando ti ho detto dove ti volevo portare
eri stanco e sei andato a letto,
quando mi hai detto “buona giornata”

ero stanca già addormentata.

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